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Giornata mondiale della Poesia. 21 Marzo

21 marzo – Giornata mondiale della poesia, Istituita dall’Unesco

Patrimonio documentale iscritto al Registro della Memoria del Mondo e relativo alla poesia.

(Riempiremo di volta in volta questo spazio di nuove poesie)poesia2

Pablo Neruda – Ode alla Poesia (Odi elementari)

Da circa cinquanta anni
cammino
con te, Poesia.
In principio
mi impigliavi i piedi
e cadevo bocconi
sulla terra scura
o affondavo gli occhi
nello stagno
per vedere le stelle.
Più tardi ti cingesti
a me con le braccia dell’amante
ed entrasti
nel mio sangue
come un convolvolo.
Poi
ti trasformasti in coppa.

Bello
fu
andarti spargendo senza consumarti,
consegnare la tua acqua inesauribile,
vedere che una goccia
cadeva sopra un cuore bruciato
rivivendo dalle sue ceneri.
Ma
non mi bastò.
Tanto andai con te
che ti perdetti di rispetto.
Cessai di vederti come
una naiade vaporosa,
ti misi a lavorare come lavandaia,
a vendere pane nelle panetterie,
a filare con le semplici tessitrici,
a battere il ferro nell’industria metallurgica.
Insieme a me continuasti
a camminare per il mondo,
ma non eri più
la florida
statua della mia infanzia.
Ora
parlavi
con voce ferrea.
Le tue mani
divennero dure come pietre.
Il tuo cuore
fu un’abbondante
sorgente di campane,
elaborasti il pane a piene mani,
mi aiutasti
a non cader bocconi,
mi cercasti
compagnia,
non una donna,
non un uomo,
ma mille, milioni.
Insieme, Poesia,
andammo
al combattimento, allo sciopero,
alla sfilata, nei porti,
nella miniera,
e risi quando uscisti
con la fronte macchiata di carbone
o incoronata dalla segatura fragrante
delle segherie.
Non dormivamo più per le strade.
Ci aspettavano gruppi
di operai con camicie
appena lavate e con bandiere rosse.

E tu, Poesia,
prima così disgraziatamente timida,
fosti
in testa
e tutti
si abituarono al tuo vestito
di stella quotidiana,
perché sebbene qualche lampo tradì la tua famiglia
portasti a termine il tuo compito,
la tua marcia nella marcia degli uomini.
Ti chiesi di essere
utilitaria e utile,
come metallo o farina,
disposta ad essere aratro,
attrezzo,
pane e vino,
disposta, Poesia,
a lottare corpo a corpo
e a cadere dissanguandoti.

E ora,
Poesia,
grazie, sposa,
sorella o madre
o fidanzata,
grazie, onda marina,
fiore d’arancio e bandiera,
motore di musica,
lungo petalo d’oro,
campana sottomarina,
granaio
inestinguibile,
grazie
terra di ognuno
dei miei giorni,
vapore celeste e sangue
dei miei anni,
perché mi accompagnasti
dalla vetta più rarefatta
fino alla semplice tavola
dei poveri,
perché mettesti nell’anima mia
sapore ferruginoso
e fuoco freddo,
perché mi innalzasti
fino all’insigne sommità
degli uomini comuni,
Poesia,
perché mentre con te
andavo consumandomi
continuavi
a sviluppare la tua freschezza eterna,
il tuo impeto cristallino,
come se il tempo
che poco a poco mi trasforma in terra
lasciasse scorrere eternamente
le acque del mio canto.

Khalil Gibran – Il Salvagente

La poesia è il salvagente
cui mi aggrappo
quando tutto sembra svanire.
Quando il mio cuore gronda
per lo strazio delle parole che feriscono, dei silenzi che trascinano verso il precipizio.
Quando sono diventato così impenetrabile
che neanche l’aria
riesce a passare.

William Shakespeare – Tu sei per la mia mente

Tu sei per la mia mente, come cibo per la vita.
Come le piogge di primavera, sono per la terra.
E per goderti in pace, combatto la stessa guerra
che conduce un avaro, per accumular ricchezza.

Prima, orgoglioso di possedere e, subito dopo,
roso dal dubbio, che il tempo gli scippi il tesoro.
Prima, voglioso di restare solo con te,
poi, orgoglioso che il mondo veda il mio piacere.

Talvolta, sazio di banchettare del tuo sguardo,
subito dopo, affamato di una tua occhiata.
Non possiedo, né perseguo alcun piacere,

se non ciò che ho da te, o da te io posso avere.
Così ogni giorno, soffro di fame e sazietà,
di tutto ghiotto, e d’ogni cosa privo.

Giovanni Pascoli – La cavalla storna

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dai retta alla sua piccola mano.

Tu c’hai nel cuore la marina brulla,
tu dai retta alla sua voce fanciulla”.

La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia…”.

La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.

Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbraccio’ su la criniera.

“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome . . . Sonò alto un nitrito.

Emily Dickinson – So che è Poesia

Se leggo un libro che mi gela tutta,
così che nessun fuoco possa scaldarmi,
so che è poesia.

Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa,
so che quella è poesia.

Alda Merini – L’amore

L’amore è sofferenza,
pianto, gioia, sorriso.
L’amore è felicità,
tristezza e tormento.
Non si ama con il cuore,
si ama con l’anima
che si impregna di storia.
Non si ama se non si soffre
e non si ama
se non si ha paura di perdere.
Ma quando ami vivi,
forse male, forse bene, ma vivi.
Allora muori
quando smetti di amare,
scompari quando non sei più amato.
Se l’amore ti ferisce,
cura le tue cicatrici
e credici, sei vivo…
Perché vivi per chi ami
e per chi ti ama.

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Michail Bulgakov.Il Maestro e Margherita

Michail Afanas’evič Bulgakov nacque a Kiev nel 1891 e morì a Mosca nel 1940.Laureato in medicina nel 1916 professione che esercitò per pochi anni per poi dedicarsi alla Letteratura e al teatro nelle tante difficoltà dovute alla censura del Governo sovietico.

Il padre Afanasij Ivanovic era un professore di storia e critica delle religioni occidentali morto nel 1906, la madre si chiamava Michajlovna Probrovskaja.

“Sono una parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente opera il bene.” (Goethe, Faust, epigrafe de:Il Maestro e Margherita)

Era da un po che lo avevo messo in evidenza sulla mia scrivania, poi succede che lo nominino a “Un pugno di libri” e in qualche altra trasmissione Tv e quindi:eccomi!

Lettura complessa e per una buona parte confusamente organizzata, credo sia una delle letture che un buon appassionato di romanzi (ma non solo) debba prima o poi affrontare.(Luciano Mondello)

“Un miracolo che ciascuno deve salutare con commozione” (Eugenio Montale)

E’ l’ultimo libro scritto da Bulgakov e ultimato poco prima della sua morte (1940) ma viene pubblicato poco prima del 1966 e subito si ha coscienza di trovarsi davanti a un vero capolavoro e che non era soltanto un’opera contro o ironica verso il regime sovietico stalinista.Fantasia, ironia e satira sociale, la politica e la metafisica, c’è tutto un mondo in questo libro.

“Niente è più uguale di due cose che si oppongono” (Luciano Mondello)

“Libro che mi  ha cambiato la vita” (Oliviero Diliberto, Politico giurista e Accademico italiano)

 

Il Maestro esperto di magia nera scrive in forma anonima un libro su Ponzio Pilato nella Mosca atea degli anni trenta in cui Pilato si dispera per non aver impedito la Morte di Gesù.La passione tormentata tra il Maestro e Margherita, l’apparizione sotto mentite spoglie del diavolo (Woland)

Un romanzo che va oltre la satira politica contro il regime stalinista.Fantasia ed ironia, inquietudini metafisiche, fantasmi onirici.

 

 

“Non esiste una sola religione orientale, diceva Berlioz, in cui manche, di regola, una vergine immacolata che metta al mondo un dio.E i cristiani, senza inventare nulla di nuovo, crearono così il loro Gesù”

“Allora avvenne la metaformosi. La camicia rattoppata e le ciabatte scalcagnate sparirono. Woland apparve in una clamide nera con la sciabola d’acciaio al fianco.Egli s’avvicinò rapido a Margherita, le porse la coppa e disse in tono di comando: “Bevi!”, Margherita si sentì girare il capo. arretrò, ma la coppa le sfiorava già le labbra;due voci, ma non riuscì a capire di chi fossero, le sussurrarono in tutt’e due gli orecchi: “Non abbia paura, regina, il sangue è già disceso da molto tempo sulla terra.E là dov’è stato versato. crescono adesso grappoli d’uva”.

 

 

 

il maestro e margherita    Il Maestro e Margherita

Michail Bulgakov 

Anno di uscita 1966

Pagine 447

 

 

 

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Walt (Walter) Whitman.La poesia salverà il mondo

Walter Whitman, Il Cantore della libertà, nasce il 31 maggio 1819 a West Hills, e muore a Camden. Stati Uniti.

E’ stato Poeta, Scrittore e Giornalista tra i più influenti del panorama statunitense

La sua raccolta poetica “Foglie d’erba” è considerata come uno dei momenti più alti della letteratura americana.

La libertà o forse è meglio dire:Le libertà, d’amare, di vivere, di scoprire, di viaggiare, la libertà dell’anima.

Trovo Whitman uno dei poeti più contemporanei, nonostante sia morto da 200 anni

 

Eravamo insieme, tutto il resto del tempo l’ho scordato.

Mi lascio in eredità alla terra, per rinascere nell’erba che amo, se ancora mi vuoi, cercami sotto i tuoi piedi.
Lascia che l’anima rimanga fiera e composta di fronte ad un milione di universi.
Mi contraddico? Ebbene si, mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini.🦋
(Walt Whitman)

 

La poesia salverà il mondo

Il mondo sottomarino,
Foreste al fondo del mare, i rami, le foglie,
Ulve, ampi licheni, strani fiori e sementi,
folte macchie, radure, prati rosa,
Variegati colori, pallido grigio verde,
porpora, bianco e oro, la luce vi scherza
fendendo le acque
Esseri muti nuotan laggiù tra le rocce,
il corallo, il glutine, l’erba, i giunchi,
e l’alimento dei nuotatori
Esseri torpidi brucan fluttuando laggiù,
o arrancano lenti sul fondo,
Il capodoglio affiora a emetter lo sbuffo
d’aria e vapore, o scherza con la
sua coda,
Lo squalo dall’occhio di piombo,
il tricheco, la testuggine, il peloso
leopardo marino, la razza,
E passioni, guerre, inseguimenti, tribù,
affondare lo sguardo in quei fondi
marini, respirando quell’aria così
densa che tanti respirano,
Il cambiamento, volgendo lo sguardo qui
o all’aria sottile respirata da esseri che
al pari di noi su questa sfera
camminano,
Il cambiamento più oltre, dal nostro
mondo passando a quello di esseri
che in altre sfere camminano.

 

A uno sconosciuto

Sconosciuto che passi! Tu non sai con che desiderio ti guardo,
Devi essere colui che cercavo, o colei che cercavo (mi arriva come un sogno),
Sicuramente ho vissuto con te in qualche luogo una vita di gioia.
Tutto ritorna, fluido, affettuoso, casto, maturo,
mentre passiamo veloci uno vicino all’altro,
Sei cresciuto con me, con me sei stato ragazzo,
o giovanetta.
Ho mangiato e dormito con te, il tuo corpo non è più
solo tuo né ha lasciato il mio corpo solo mio.
Mi dai il piacere dei tuoi occhi, del tuo viso, della tua carne,
passando, in cambio prendi la mia barba, il mio petto, le mie mani.
Non devo parlarti, devo pensare a te quando siedo in disparte o mi sveglio di notte, tutto solo.
Devo aspettare, perché t’incontrerò di nuovo, non ho dubbi.
Devo vedere come non perderti più.

 

Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo

Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo,
mai che l’uno lasci l’altro,
sempre su e giù lungo le strade, compiendo escursioni a Nord e a Sud,
godiamo della nostra forza, gomiti in fuori, pugni serrati,
armati e senza paura, mangiamo, beviamo, dormiamo, amiamo,
non riconoscendo altra legge all’infuori di noi,
marinai, soldati, ladri, pronti alle minacce,
impauriamo avari, servi e preti, respirando aria,
bevendo acqua, danzando sui prati o sulle spiagge,
depredando città, disprezzando ogni agio, ci beffiamo delle leggi,
cacciando ogni debolezza, compiendo le nostre scorrerie.

 

O Capitano! mio Capitano!

O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è finito,
La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto,
Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante,

Gli occhi seguono la solida chiglia, l’audace e altero vascello;
Ma o cuore! cuore! cuore!
O rosse gocce sanguinanti sul ponte
Dove è disteso il mio Capitano
Caduto morto, freddato.

O Capitano! mio Capitano! alzati e ascolta le campane; alzati,
Svetta per te la bandiera, trilla per te la tromba, per te
I mazzi di fiori, le ghirlande coi nastri, le rive nere di folla,
Chiamano te, le masse ondeggianti, i volti fissi impazienti,
Qua Capitano! padre amato!
Questo braccio sotto il tuo capo!
É un puro sogno che sul ponte
Cadesti morto, freddato.

Ma non risponde il mio Capitano, immobili e bianche le sue labbra,
Mio padre non sente il mio braccio, non ha più polso e volere;
La nave è ancorata sana e salva, il viaggio è finito,
Torna dal viaggio tremendo col premio vinto la nave;
Rive esultate, e voi squillate, campane!
Io con passo angosciato cammino sul ponte
Dove è disteso il mio Capitano
Caduto morto, freddato.

 

5981446Foglie d’erba (1885), Walter Whitman

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Luciano Mondello.Versi di Mare

Prossimamente ci conosceremo meglio e oltre alle mie poesie e citazioni sul mare potrete (volendo) leggere anche poesie e racconti miei su vari argomenti.

Ma gestendo una pagina sul mare e sulle Eolie ed essendo anche un’amante della poesie e della letteratura in generale, ho dovuto anche adattarmi. Bellezze Eoliane

Sono stato tra i primi alle Eolie ad accompagnare le foto delle isole e del mare con le poesie, anche per dare sfogo a quel mare che ho dentro e che ogni tanto rischia di straripare…

Tutti ciò che leggerete è opera mia.

Citazioni, Aforismi e Poesie

“Considero prigione qualsiasi posto da cui non si vede il mare”

“Il mare crea indipendenza”

Chi è nato su un’isola ha un piede ben saldo per terra e l’altro nel mare”

“Mi piace chi sa stare in silenzio davanti al mare,chi sa ascoltare senza interrompere, la sincerità, chi ti guarda negli occhi senza parlare…
I puntini di sospensione…chi lascia immaginare…”

“Vivo appoggiato sull’infinito”

“Abbiamo occhi grandi che guardano sempre l’orizzonte, e
viviamo di grandi passioni:sappiamo incendiare il mare.”

“La tua anima cercava un’isola,
una solitudine, il vento sopra il mare…”

“C’è chi “vive” sul mare, e chi invece abita in città”

“Io vivo qui, in ogni goccia di questo mare,nell’aria,sulla nuvola che passa…”

“Il confine della mia isola è l’orizzonte”.

“Una piccola isola come idea di vita,un piccolo scoglio a cui aggrapparsi…
Un universo dentro il mare dell’anima”

“Anche il cuore è un’isola”

“S’impara la lingua del mare, s’impara ad ascoltarsi l’anima”

“Sentimi nel sole,e nel vento.
Questo io sono:il sale,e l’onda.
Nell’aria come una nuvola.
Nel mondo che ti circonda”

“Sei nato su un’isola.

Sei uno spirito libero.

Sai di acqua e di sale.

Di sole, di vento e di mare”

“Ho sempre pensato ai volti della gente di mare come ai racconti;ti basta guardarli in faccia o negli occhi per leggerne le tante storie.
Ogni piccola ruga un’avventura.
Il mare è leggenda infinita”

 

“La mia piccola casa sul mare
ha carezze di luna
Il sole le fa da lampada
Le stelle un morbido
tappeto”

Ogni volta che vorrai sentirmi,tu prova ad afferrare un po d’acqua di mare nel palmo della mano…ecco,io sarò li’!

“Io e l’onda…

“Gocce dello stesso mare”

“All’alba nei colori e nel profumo del mare col sole che nasce dentro io rivedo la mia nascita e ritrovo ogni volta le mie origini”

“Quando verrai a trovarmi nella mia casa al mare,
allora sarà già estate.
Prepareremo una cena a base di frutti di mare
e di terra.
Dopo alla luce soffusa di un lume,ci metteremo fuori in terrazza a guardare le stelle luccicanti muoversi sul mare,
Tu mi leggerai come sempre una poesia d’amore.
Io ti ascolterò in silenzio tenendoti la mano e contandoti i battiti
del cuore”

“Possiamo andare dove vogliamo ma le nostre radici pur se invisibili agli occhi rimangono ben salde nella terra in cui siamo nati”

“Ti guardavo mentre guardavi il mare
E lo vedevo attraverso i tuoi occhi
limpidi e sinceri
Ascoltavo in silenzio il tuo respiro…
Mano nella mano sincronizzavo
i nostri battiti del cuore
Beethoven complice in sottofondo
I tuoi capelli neri mossi dal vento
erano onde sinuose in cui sperare d’
annegare..”

“Vivere su un’isola a volte non è facile,è tutto scandito dagli elementi:vento,sole,fuoco,e mare.
Ma se la sai ascoltare ti regalerà momenti emozionanti,e le albe e i tramonti più belli saranno tuoi.
Correrai col vento,canterai col mare,galleggerai sull’infinito”

“Per me l’alba profuma di mare.

Il tramonto, il sole
l’orizzonte e il cielo
profumano di mare.
I saluti,i sorrisi,le carezze,
la pasta e il pane.
E i baci,quelli hanno anche
il sapore del mare”

”E’ impossibile lasciare veramente un’isola perché te la porterai per sempre nel cuore, come l’odore del mare che percepirai in un piccolo alito di vento, anche nei posti lontani dal mare…ti basterà una semplice piccola fotografia”

“A volte giro le spalle al mondo e apro l’anima al mare.
Quando ho bisogno di ritrovare serenità
Quando il mondo soffoca
Quando il rumore si fa forte
Io ritorno al mare….”

“E’ tutto mare.
C’è il mare che ti spinge
ad andare,
e quello che ti obbliga
a restare.
C’è un mare di parole,
da dire e da trattenere.
C’è un mare di gente,
che viaggia,che scappa,
che annega…
E ci sono le storie da
raccontare e quelle che
restano giù nel fondo,
o quelle che tornano
a galla da sole…”

“Basta avere una casa con una finestra sul mare per inventarsi viaggi straordinari.”

“Siamo fatti di sudore e lacrime,amare come il mare:sanno di vita e di passione.”

“Albe
Tramonti
Sole
Fuoco
Cielo
Mare
Terra
Anima
Spirito
Tutto è collegato”

“Ti comprerò una casa sul mare,
proprio lì, davanti alla spiaggia
dove ogni mattina spunta il sole, i nostri bambini
giocheranno tra i sassi fino all’imbrunire,
ceneremo di sera sotto la luce delle stelle,
e la notte qualcuno accenderà un fuoco
e canterà canzoni d’amore tutte dedicate a te.”

“Sarò la scintilla che accende il fuoco.
Il rombo, il boato che precede la tempesta.
L’onda,l’impeto travolgente,la marea.
E sarò vento, turbine e bufera”

“Diventerò vento, raggio di sole, goccia d’acqua nel mare, o granello di sabbia.
Sarò lieve, e sarò forte, sarò fuoco, e sarò mare.
Sarò isola nell’attimo infinito di un tramonto.”

“E quando vento e fuoco si scontrano,
danno origine a vere tempeste
dell’anima,
onde impetuose scatenano calore, forza,
e passione.
Poi tutto si calma,
in attesa della prossima scintilla
di uno spirito perennemente irrequieto”

“Sai quel che sei:acqua di mare e pomice,schegge d’ossidiana e vento,e il fuoco dei tuoi vulcani che ti da la passione di vivere.
Porto un’isola dentro”

“Ed è così che sei nato:dal fuoco e dal mare, pelle e polvere di pietra pomice e ossidiana, lapilli i tuoi occhi che scrutano la notte più nera..”

“Quando verrai a trovarmi nella mia casa al mare,
allora sarà già estate.
Prepareremo una cena a base di frutti di mare
e di terra.
Dopo alla luce soffusa di un lume,ci metteremo fuori in terrazza a guardare le stelle luccicanti muoversi sul mare,
Tu mi leggerai come sempre una poesia d’amore.
Io ti ascolterò in silenzio tenendoti la mano contandoti i battiti
del cuore”.

“Ti chiedo scusa mare
per tutti gli uomini.
A te e a tutte le tue
creature.
Ai pesci e ai tanti animali
che vivono nel mare e per
il mare.
Ai tanti uccelli che si nutrono grazie a te.
Al cielo e alle nuvole che si alimentano
delle tue acque.
Chiedo scusa alla terra che grazie alle
piogge nutre le sue piante,
e agli animali che si nutrono di piante
e di erba.
chiedo scusa ai bambini e ai loro
figli che verranno perché non siamo
stati capaci di custodire un bene così
prezioso”.

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Giuseppe Ungaretti e l’Ermetismo

Sono stato un uomo della speranza; anzi, il “soldato della speranza”.

Una vita tra Ermetismo e Futurismo  Intervista ad Ungaretti 

Dalla stessa intervista di cui sopra si capisce che lo scrivere Poesie per Ungaretti ma anche per tantissimi altri, nasce da un impulso, si fa poesia perché si sente, perché “occorre farla”.

Che la parola è impotente, la parola non riuscirà mai a dare il segreto nascosto in noi, che si vorrebbe dare ma è impossibile.

“M’illumino di immenso”

 

 

giuseppe_ungaretti
Giuseppe Ungaretti nasce l’8 febbraio 1888 ad Alessandria D’Egitto (Il padre lavorava alla costruzione del Canale di Suez).Nel 1912 torna in Italia e subito dopo si trasferisce in Francia per studiare alla Sorbona e sono gli anni in cui Parigi è la Capitale culturale del mondo e ha l’occasione di conoscere artisti come Pablo Picasso, Giorgi De Chirico e Amedeo Modigliani.Pubblica il primo libro “Veglia” nel 1915.

 

 

Veglia

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Agonia
Morire come le allodole assetate
sul miraggio
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia
Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato

 

Fratelli

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

 

Soldati

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

 

Natale

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole di fumo
del focolare.

 

Stasera

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.

 

Non gridate più

Cessate d’uccidere i morti,
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

 

Allegria di naufragi
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

 

La madre

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia.
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

 

Mattina

M’illumino

d’immenso

 

 

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Juan Vicente Piqueras.Ci prendono per navi e siamo isole

Intricate, deserte, che tesori
possiamo offrire a quelli che non giungono?
La nostra costa è dura. Il nostro faro
di voce anziché luce
non attira, spaventa
e nessun marinaio perduto nella notte
toccherà le spiagge nostre dove ancora
fanno male le orme di quel naufrago
che sapeva del nostro deserto.
La notte, ogni notte, ci promette e ci nega
la strada del ritorno, il tornaviaggio,
l’amore che ci salvi da noi stessi
e la parola che sia detta per sempre.
Ci sono in noi alberi senza nome
stanchi di far ombra e crescere da soli.
Coloro che non partono ma soffrono
di sete di scogliera, amano i porti,
salpano nel sonno, cercano un’altra sete
per appagare la prima, ci osservano,
ci vedono come navi, felici.
Siamo isole.

juan-vicente-piqueras
Juan Vicente Piqueras
Pubblicato in: poesie

Derek Wallcott.L’isola è Poesia

Il Poeta caraibico Derek Walcott è morto all’età di 87 anni.

Era considerato il più grande e importante poeta e drammaturgo delle Indie Occidentali, Premio Nobel per la Letteratura nel 1992

Nasce nel 1930 a Castries, capitale di Saint Lucia,ex colonia britannica nei Caraibi

Drammaturgo e direttore teatrale, attualmente ha diviso la vita il suo  tral’isola di Trinidad e gli USA, dove ha insegnato letteratura e scrittura creativa alla Boston University.

Nei suoi scritti la sua traspariva l’educazione di tipo scolastico anglosassone (la sua isola è una ex colonia britannica) ma non dimenticava le sue origini e le isole e il mare.

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Derek Walcott  23 gennaio 1930 – 17 marzo 2017

 

Isole

Nominarle soltanto è la prosa
Dei diaristi, è rendervi famose
Per lettori che come turisti lodano
I letti e le spiagge come uguali;
Ma le isole possono esistere solo
Se lì abbiamo amato. Cerco,
Come il clima cerca il suo stile, di scrivere
Versi asciutti come sabbia, limpidi come il sole,
Freddi come l’onda arricciata, ordinari
Come un bicchiere d’acqua isolana;
Eppure, come un diarista, assaporo
Le loro stanze infestate di sale
(Il tuo corpo che agita il mare increspato
Di lenzuola sgualcite), i cui specchi smarriscono
Le nostre immagini rannicchiate nel sonno,
Come parole che l’amore sperava di usare
Cancellare con le pagine della risacca.

Quindi, come un diarista che scriva nella sabbia,
Annoto la pace che hai donato
A certe isole, scendendo
Scale strette per accendere le lampade
Contro i rumori dell’onda notturna, proteggendo
Una lanterna incerta con la mano,
O soltanto pulendo il pesce per la cena,
Cipolle, carangidi, parghi e pane;
E su ogni bacio il gusto aspro del mare,
E come alla luce della luna eri attenta
A studiare più di tutto l’ostinata pazienza
Dell’onda benché sembri uno spreco.

 

Preludio

Io, con le gambe incrociate alla luce del giorno, guardo
I pugni variegati di nuvole che si raccolgono sopra
Gli sgraziati lineamenti di questa mia isola prona.

Intanto i piroscafi che dividono orizzonti dichiarano
Noi perduti;
Trovati solo
In opuscoli turistici, dietro ardenti binocoli;
Trovati nel riflesso blu di occhi
Che hanno conosciuto metropoli e ci credono felici, qui.

Il tempo striscia sui pazienti che da troppo sono pazienti,
Così io, che ho fatto una scelta,
Scopro che la mia fanciullezza se n’è andata.

E la mia vita, troppo presto, certo, per la profonda sigaretta,
La maniglia girata, il coltello che rigira
Nelle viscere delle ore, non deve essere resa pubblica
Finché non ho imparato a soffrire
In accurati giambi.

Vado, certo, attraverso tutti gli atti isolati,
Faccio di situazioni una vacanza,
Mi aggiusto la cravatta e fisso mascelle importanti,
E noto le vive immagini
Di carne che passeggiano per l’occhio.

Finché da tutto mi allontano per pensare come,
Nel mezzo del cammin della mia vita,
Oh come giunsi a incontrare te, mio
Riluttante leopardo dai lenti occhi.

 

 

Codicillo

Schizofrenico, conteso da due stili,
uno la prosa di un pennivendolo, mi guadagno
l’esilio. Arranco per miglia su questa falce di spiaggia illuminata dalla luna,

mi abbronzo, brucio
per spogliarmi
di questo amore per l’oceano che è amore di sé.

Per cambiar lingua devi cambiar vita.

Non posso riparare vecchi torti.
Le onde si stancano dell’orizzonte e tornano.
Gabbiani stridono con rauche lingue

sopra le marce piroghe in secca,
erano una nube dal becco velenoso a Charlotteville.

Un tempo pensavo che bastasse l’amore per il proprio paese,
ora, anche a scegliere, non c’è posto al trogolo.

Guardo le menti migliori frugare come cani
in cerca di avanzi di favore.
Mi avvicino alla mezza

età, pelle bruciata
si squama dalla mano come carta, o velo di cipolla,
come l’enigma di Peer Gynt.

Nel cuore non c’è nulla, nemmeno la paura
della morte. Conosco troppi morti.
Sono tutti familiari, tutti in carattere,

persino nel morire. Sul fuoco
la carne non teme più quella rovente bocca
della terra,

quella fornace del sole o il suo deposito di cenere,
né questa falce di luna che si annuvola e snuvola,
che di nuovo imbianca questa spiaggia come una pagina vuota.

Tutta la sua indifferenza è una rabbia differente.

 

Migranti
L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche
selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce
smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini
emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali
che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura
che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come
fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno
nel fango, mentre il fumo di un cipresso segnala Sachenhausen,
e quelli che non stanno sopra un treno, che non hanno muli o cavalli,
quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie hanno lasciato
i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica e al cono
della guglia del campanile aranciato che buca le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda del carro
come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio che hanno
il colore degli stagni dove posano le anitre, e per le quali
c’è un solo cielo e una sola stagione nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua
della memoria, e questa gente che non ha una casa e nemmeno
una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c’è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell’albero dei pomi e le forze
schierate dell’esercito sono gli striscioni di orzo
all’interno di umili tenute, e questa è la visione
che a poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda come le pietre
che ci hanno bucato le scarpe e grigia come le nuvole
che quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sopra i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.
(traduzione di Luigi Sampietro)
Amore dopo amore

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

 

 

Isole

Poesie scelte (1948-2004)

di Derek Walcott

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