Pubblicato in: poesie

Giuseppe Ungaretti e l’Ermetismo

Sono stato un uomo della speranza; anzi, il “soldato della speranza”.

Una vita tra Ermetismo e Futurismo  Intervista ad Ungaretti 

Dalla stessa intervista di cui sopra si capisce che lo scrivere Poesie per Ungaretti ma anche per tantissimi altri, nasce da un impulso, si fa poesia perché si sente, perché “occorre farla”.

Che la parola è impotente, la parola non riuscirà mai a dare il segreto nascosto in noi, che si vorrebbe dare ma è impossibile.

“M’illumino di immenso”

 

 

giuseppe_ungaretti
Giuseppe Ungaretti nasce l’8 febbraio 1888 ad Alessandria D’Egitto (Il padre lavorava alla costruzione del Canale di Suez).Nel 1912 torna in Italia e subito dopo si trasferisce in Francia per studiare alla Sorbona e sono gli anni in cui Parigi è la Capitale culturale del mondo e ha l’occasione di conoscere artisti come Pablo Picasso, Giorgi De Chirico e Amedeo Modigliani.Pubblica il primo libro “Veglia” nel 1915.

 

 

Veglia

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Agonia
Morire come le allodole assetate
sul miraggio
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia
Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato

 

Fratelli

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

 

Soldati

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

 

Natale

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole di fumo
del focolare.

 

Stasera

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.

 

Non gridate più

Cessate d’uccidere i morti,
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

 

Allegria di naufragi
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

 

La madre

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia.
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

 

Sei comparsa al portone in un vestito rosso

Sei comparsa al portone
in un vestito rosso
per dirmi che sei fuoco
che consuma e riaccende.

Una spina mi ha punto
delle tue rose rosse
perché succhiassi al dito,
come già tuo, il mio sangue.

Percorremmo la strada
che lacera il rigoglio
della selvaggia altura,
ma già da molto tempo
sapevo che soffrendo con temeraria fede,
l’età per vincere non conta.

Era di lunedì,
per stringerci le mani
e parlare felici
non si trovò rifugio
che in un giardino triste
della città convulsa.

 

 

Mattina

M’illumino

d’immenso

 

 

Autore:

Sono un Acquario appassionato di Poesie e Narrativa, ne scrivo anch'io. I libri rappresentano il mio tappeto volante e anche un rifugio dai rumori della quotidianità.

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