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Giuseppe Ungaretti e l’Ermetismo

Sono stato un uomo della speranza; anzi, il “soldato della speranza”.

Una vita tra Ermetismo e Futurismo  Intervista ad Ungaretti 

Dalla stessa intervista di cui sopra si capisce che lo scrivere Poesie per Ungaretti ma anche per tantissimi altri, nasce da un impulso, si fa poesia perché si sente, perché “occorre farla”.

Che la parola è impotente, la parola non riuscirà mai a dare il segreto nascosto in noi, che si vorrebbe dare ma è impossibile.

“M’illumino di immenso”

 

 

giuseppe_ungaretti
Giuseppe Ungaretti nasce l’8 febbraio 1888 ad Alessandria D’Egitto (Il padre lavorava alla costruzione del Canale di Suez).Nel 1912 torna in Italia e subito dopo si trasferisce in Francia per studiare alla Sorbona e sono gli anni in cui Parigi è la Capitale culturale del mondo e ha l’occasione di conoscere artisti come Pablo Picasso, Giorgi De Chirico e Amedeo Modigliani.Pubblica il primo libro “Veglia” nel 1915.

 

 

Veglia

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Agonia
Morire come le allodole assetate
sul miraggio
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia
Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato

 

Fratelli

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

 

Soldati

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

 

Natale

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole di fumo
del focolare.

 

Stasera

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.

 

Non gridate più

Cessate d’uccidere i morti,
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

 

Allegria di naufragi
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

 

La madre

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia.
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

 

Sei comparsa al portone in un vestito rosso

Sei comparsa al portone
in un vestito rosso
per dirmi che sei fuoco
che consuma e riaccende.

Una spina mi ha punto
delle tue rose rosse
perché succhiassi al dito,
come già tuo, il mio sangue.

Percorremmo la strada
che lacera il rigoglio
della selvaggia altura,
ma già da molto tempo
sapevo che soffrendo con temeraria fede,
l’età per vincere non conta.

Era di lunedì,
per stringerci le mani
e parlare felici
non si trovò rifugio
che in un giardino triste
della città convulsa.

 

 

Mattina

M’illumino

d’immenso

 

 

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Juan Vicente Piqueras.Ci prendono per navi e siamo isole

Intricate, deserte, che tesori
possiamo offrire a quelli che non giungono?
La nostra costa è dura. Il nostro faro
di voce anziché luce
non attira, spaventa
e nessun marinaio perduto nella notte
toccherà le spiagge nostre dove ancora
fanno male le orme di quel naufrago
che sapeva del nostro deserto.
La notte, ogni notte, ci promette e ci nega
la strada del ritorno, il tornaviaggio,
l’amore che ci salvi da noi stessi
e la parola che sia detta per sempre.
Ci sono in noi alberi senza nome
stanchi di far ombra e crescere da soli.
Coloro che non partono ma soffrono
di sete di scogliera, amano i porti,
salpano nel sonno, cercano un’altra sete
per appagare la prima, ci osservano,
ci vedono come navi, felici.
Siamo isole.

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Juan Vicente Piqueras
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Derek Wallcott.L’isola è Poesia

Il Poeta caraibico Derek Walcott è morto all’età di 87 anni.

Era considerato il più grande e importante poeta e drammaturgo delle Indie Occidentali, Premio Nobel per la Letteratura nel 1992

Nasce nel 1930 a Castries, capitale di Saint Lucia,ex colonia britannica nei Caraibi

Drammaturgo e direttore teatrale, attualmente ha diviso la vita il suo  tral’isola di Trinidad e gli USA, dove ha insegnato letteratura e scrittura creativa alla Boston University.

Nei suoi scritti la sua traspariva l’educazione di tipo scolastico anglosassone (la sua isola è una ex colonia britannica) ma non dimenticava le sue origini e le isole e il mare.

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Derek Walcott  23 gennaio 1930 – 17 marzo 2017

 

Isole

Nominarle soltanto è la prosa
Dei diaristi, è rendervi famose
Per lettori che come turisti lodano
I letti e le spiagge come uguali;
Ma le isole possono esistere solo
Se lì abbiamo amato. Cerco,
Come il clima cerca il suo stile, di scrivere
Versi asciutti come sabbia, limpidi come il sole,
Freddi come l’onda arricciata, ordinari
Come un bicchiere d’acqua isolana;
Eppure, come un diarista, assaporo
Le loro stanze infestate di sale
(Il tuo corpo che agita il mare increspato
Di lenzuola sgualcite), i cui specchi smarriscono
Le nostre immagini rannicchiate nel sonno,
Come parole che l’amore sperava di usare
Cancellare con le pagine della risacca.

Quindi, come un diarista che scriva nella sabbia,
Annoto la pace che hai donato
A certe isole, scendendo
Scale strette per accendere le lampade
Contro i rumori dell’onda notturna, proteggendo
Una lanterna incerta con la mano,
O soltanto pulendo il pesce per la cena,
Cipolle, carangidi, parghi e pane;
E su ogni bacio il gusto aspro del mare,
E come alla luce della luna eri attenta
A studiare più di tutto l’ostinata pazienza
Dell’onda benché sembri uno spreco.

 

Preludio

Io, con le gambe incrociate alla luce del giorno, guardo
I pugni variegati di nuvole che si raccolgono sopra
Gli sgraziati lineamenti di questa mia isola prona.

Intanto i piroscafi che dividono orizzonti dichiarano
Noi perduti;
Trovati solo
In opuscoli turistici, dietro ardenti binocoli;
Trovati nel riflesso blu di occhi
Che hanno conosciuto metropoli e ci credono felici, qui.

Il tempo striscia sui pazienti che da troppo sono pazienti,
Così io, che ho fatto una scelta,
Scopro che la mia fanciullezza se n’è andata.

E la mia vita, troppo presto, certo, per la profonda sigaretta,
La maniglia girata, il coltello che rigira
Nelle viscere delle ore, non deve essere resa pubblica
Finché non ho imparato a soffrire
In accurati giambi.

Vado, certo, attraverso tutti gli atti isolati,
Faccio di situazioni una vacanza,
Mi aggiusto la cravatta e fisso mascelle importanti,
E noto le vive immagini
Di carne che passeggiano per l’occhio.

Finché da tutto mi allontano per pensare come,
Nel mezzo del cammin della mia vita,
Oh come giunsi a incontrare te, mio
Riluttante leopardo dai lenti occhi.

 

 

Codicillo

Schizofrenico, conteso da due stili,
uno la prosa di un pennivendolo, mi guadagno
l’esilio. Arranco per miglia su questa falce di spiaggia illuminata dalla luna,

mi abbronzo, brucio
per spogliarmi
di questo amore per l’oceano che è amore di sé.

Per cambiar lingua devi cambiar vita.

Non posso riparare vecchi torti.
Le onde si stancano dell’orizzonte e tornano.
Gabbiani stridono con rauche lingue

sopra le marce piroghe in secca,
erano una nube dal becco velenoso a Charlotteville.

Un tempo pensavo che bastasse l’amore per il proprio paese,
ora, anche a scegliere, non c’è posto al trogolo.

Guardo le menti migliori frugare come cani
in cerca di avanzi di favore.
Mi avvicino alla mezza

età, pelle bruciata
si squama dalla mano come carta, o velo di cipolla,
come l’enigma di Peer Gynt.

Nel cuore non c’è nulla, nemmeno la paura
della morte. Conosco troppi morti.
Sono tutti familiari, tutti in carattere,

persino nel morire. Sul fuoco
la carne non teme più quella rovente bocca
della terra,

quella fornace del sole o il suo deposito di cenere,
né questa falce di luna che si annuvola e snuvola,
che di nuovo imbianca questa spiaggia come una pagina vuota.

Tutta la sua indifferenza è una rabbia differente.

 

Migranti
L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche
selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce
smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini
emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali
che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura
che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come
fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno
nel fango, mentre il fumo di un cipresso segnala Sachenhausen,
e quelli che non stanno sopra un treno, che non hanno muli o cavalli,
quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie hanno lasciato
i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica e al cono
della guglia del campanile aranciato che buca le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda del carro
come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio che hanno
il colore degli stagni dove posano le anitre, e per le quali
c’è un solo cielo e una sola stagione nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua
della memoria, e questa gente che non ha una casa e nemmeno
una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c’è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell’albero dei pomi e le forze
schierate dell’esercito sono gli striscioni di orzo
all’interno di umili tenute, e questa è la visione
che a poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda come le pietre
che ci hanno bucato le scarpe e grigia come le nuvole
che quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sopra i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.
(traduzione di Luigi Sampietro)
Amore dopo amore

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

 

 

Isole

Poesie scelte (1948-2004)

di Derek Walcott

isole derek

 

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Canto di una donna libera di Jasmin Darznik

Teheran 1950

“Come un uccello in gabbia,

la donna che scriveva poesie

non ha mai smesso

di cantare”

La frase poetica che accompagna il titolo del libro (molto bella) descrive già un po la vita della protagonista del libro di Jasmin Darznik Scrittrice Poetessa iraniana-americana

jasmine-E

nata proprio nella capitale iraniana Teheran nel 1973 e laureatasi  in giurisprudenza nell’Università della California, e che ha poi proseguito gli studi per conseguire il Dottorato in Letteratura inglese ed oggi insegna Letteratura e Scrittura a San Francisco.Ha scritto un Memoir che è stato un bestseller del New York Times e ha ricevuto numerosi premi.

 

Questo libro è ispirato alla storia vera della più grande poetessa persiana Forugh Farrokhzad (Teheran 29 dicembre 1934 – 13 febbraio 1967 Darband, Iran), spirito ribelle che sfida la società maschilista e patriarcale nell’Iran (Persia) degli anni 50/60.

“Ricorda il suo volo, poiché l’uccello è mortale” Forugh Farrokhzad

 

“E c’è una strada dove i ragazzi che mi amavano 

sono ancora lì

con i loro capelli spettinati e i colli sottili e le gambe magre,

pensano ancora al sorriso innocente di quella ragazza

che una sera il vento portò via con sé”. Forugh Farrokhzad 

 

Alcuni dialoghi e parti importanti del libro:

“La membrana di pelle è intatta” disse a mia madre quando lei rientrò.Sua figlia è ancora vergine.”

“Grazie a Dio” esclamò mia madre, alzando le mani al cielo emormorando una preghiera veloce.”E il certificato?”

“Ma certo”rispose la donna in tono leggero, glielo firmo io stessa, Khanoom.

 

Mio padre quando ero bambina non osavo mai chiamarlo “padre”, lui ce lo proibiva.

 

mia madre non si aspettava la felicità dal matrimonio (era stata educata a rinunciare espressamente a quella speranza), ma i suoi dubbio le sue paure non le impedirono di guardare al suo futuro, e il suo futuro era in tutto e per tutto suo marito.

 

“Nessuno pensa ai fiori

nessuno pensa ai pesci

nessuno vuole credere

che il giardino sta morendo,

che s’infiamma il cuore del giardino

sotto il sole

che piano piano si svuota

la memoria del giardino dei suoi verdi ricordi,

e i sensi del giardino

paiono ormai cosa spoglia

consumata nel giardino solitario”.

da:Mi fa pena il giardino

 

La mia testardaggine era il tormento di mia madre.Una bambina iraniana viene educata a essere silenziosa e mite, ma sin dalla primissima infanzia, io sono stata cocciuta, chiassosa e sfrontata.

 

“E questa sono io,

una donna sola

sul margine di una stagione fredda,

adesso che comprendo l’essenza sporca della terra

e la semplice triste disperazione del cielo

e l’impotenza di queste mani di cemento.

Mi penetra il freddo,

e odio gli orecchini come conchiglie,

mi penetra il freddo e so bene

che null’altro resta,

se non qualche goccia di sangue,

delle rosse illusioni di un papavero selvatico”.

 

da:Crediamo pure all’inizio della stagione fredda

 

“Se la poesia è emozione che diventa incendio, allora Forugh Farrokhzad era fatta di fuoco.Canto di una donna libera è un resoconto preciso e potente della necessità di opporsi e dire la propria. e delle conseguenze del coraggio.” BookPage

 

Bella sorpresa questo primo libro di Jasmin Darznik, ogni pagina è interessante ed è facile immedesimarsi nella protagonista del libro.

La Persia di quegli anni era una nazione che si stava apprestando a diventare quella dello Scià Reza Pahlavi che rese il paese moderno e molto vicino a quella che era la cultura occidentale pur nel rispetto dei sacri principi persiani.

La storia della poetessa Farugh Farrokhzad pur nella differenza della sua poesia è simile a quella che ancora molte giovani non solo iraniane si ritrovano ancora a vivere:una prigione fatta da una società patriarcale, maschilista e fanatica (non solo religiosa).

La lettura di questo libro è consigliatissima.

Edizioni Piemme Libri

Traduzione di:Valentina Daniele

Acquistabile da: L’ Aleph Libri di Lipari in via Guglielmo Marconi

 

canto di una donna libera
Edizioni Piemme Libri

 

 

 

 

 

 

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Musica:Patti Smith, la poetessa del Rock

Chi è , chi è stata, e perché no, chi sarà ancora Patti Smith.

Cominciamo col dire che tornerà presto dal vivo in Italia e precisamente in quel di Taranto il prossimo 9 giugno e per chi non la conoscesse sarà un’ottima occasione per poterla ammirare, per gli altri, la possibilità di accorgersi che l’energia che sprigiona  Patricia Lee Smith è quasi ancora intatta, nonostante i suoi 72 anni.

Nata a  Chicago il 30 dicembre del 1946 ha dormito persino in metropolitana e anche fuori, e ha lavorato anche come commessa  ma già, scriveva poesie.

La sua vita comincia a cambiare dopo l’incontro con Andy Warhol (artista, regista, produttore, innovativo anticipatore di stili e tendenze) gigante della Pop Art e del movimento newyorchese che vedeva tra i frequentatori artisti come Lou Red e Nico, Bob Dylan, Mick Jagger, Allen Ginsberg, Edie Sedgwick, Paul Morrissey, oltre a Truman Capote, Salvador Dalì, Marcel Duchamp, Keith Haring e Jean-Michel Basquiat.

Il primo album lo incide nel 1975 dal titolo “Horses” grazie alla produzione di John Cale.

Nei suoi testi l’influenza e i riferimenti dei Poeti come Arthur Rimbaud (soprattutti), Jack Kerouac  e altri, al punto che il suo secondo album s’intitolerà:”Radio Ethiopia” ( pubblicato nel 1976 per l’etichetta discografica Arista Records) seconda patria di Rimbaud.

Nel 1978 l’incontro con Bruce Springsteen che le regala “Because The night” canzone a cui Patti stravolge in testo dandogli una veste più femminile, e che le darà successo planetario.

Tutti i dischi successivi vedranno l’impegno politico e sociale di Patti artista e poetessa veramente completa e mai banale.

Il 3 maggio 2017, l’Università degli studi di Parma le ha conferito la laurea magistrale ad honorem in “lettere classiche e moderne”.

Nel 2017 si è tenuta a Parma la tappa italiana di Higher Learning mostra fotografica di Patti Smith con i ritratti del marito Fred Smith (morto nel 1994) e dei figli, o Johnny Depp e Ralph Fiennes, e scatti di vari miti della letteratura. Ma c’è spazio anche per personaggi della nostra letteratura come D’Annunzio e le lapidi di altri grandi come Pasolini o Leopardi: «La morte per lei non è assenza ma continuazione degli affetti» precisa la nostra guida «Riprodurre i luoghi della pace eterna è fonte di consolazione»

 

The people have the power

(Patti Smith)

I was dreaming in my dreaming
of an aspect bright and fair
and my sleeping it was broken
but my dream it lingered near
in the form of shining valleys
where the pure air recognized
and my senses newly opened
I awakened to the cry
that the people have the power
to redeem the work of fools
upon the meek the graces shower
it’s decreed the people rule

The people have the power
The people have the power
The people have the power
The people have the power

Vengeful aspects became suspect
and bending low as if to hear
and the armies ceased advancing
because the people had their ear
and the shepherds and the soldiers
lay beneath the stars
exchanging visions
and laying arms
to waste in the dust
in the form of shining valleys
where the pure air recognized
and my senses newly opened
I awakened to the cry

Where there were deserts
I saw fountains
like cream the waters rise
and we strolled there together
with none to laugh or criticize
and the leopard
and the lamb
lay together truly bound
I was hoping in my hoping
to recall what I had found
I was dreaming in my dreaming
god knows a purer view
as I surrender to my sleeping
I commit my dream to you

The power to dream, to rule
to wrestle the world from fools
it’s decreed the people rule
it’s decreed the people rule

LISTEN
I believe everything we dream
can come to pass through our union
we can turn the world around
we can turn the earth’s revolution
we have the power
People have the power …

patti smith 1

 

patti smith 2

Pubblicato in: poesie

Erich Fried.Poesie d’amore

Forse il vero amore deve rendere liberi, e forse non è l’insieme di due metà che si completano ma due persone distinte, due libertà che si amano e rispettano. (Luciano Mondello)

Te

Te
lasciarti essere te
tutta intera
Vedere
che tu sei tu solo
se sei
tutto ciò che sei
la tenerezza
e la furia
quel che vuole sottrarsi
e quel che vuole aderire
Chi ama solo una metà
non ti ama a metà
ma per nulla
ti vuole ritagliare a misura
amputare
mutilare
Lasciarti essere te
è difficile o facile?
Non dipende da quanta
intenzione e saggezza
ma da quanto amore e quanta
aperta nostalgia di tutto –
di tutto
quel che tu sei
Del calore
e del freddo
della bontà
e della protervia
della tua volontà
e irritazione
di ogni tuo gesto
della tua ritrosia
incostanza
costanza
Allora
questo
lasciarti essere te
non è forse
così difficile.

Quando ti bacio

Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombelico
non è solo il tuo grembo
che bacio.

Io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri,
bacio il tuo riflettere,
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio,

il tuo amore per me
e la tua libertà da me,
il tuo piede
che è giunto qui
e che di nuovo se ne va

io bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso.

Soltanto non sarebbe
La vita
sarebbe
forse più semplice
se io
non ti avessi mai incontrata.
Meno sconforto
ogni volta
che dobbiamo separarci
meno paura
della prossima separazione
e di quella che ancora verrà.
E anche meno
di quella nostalgia impotente
che quando non ci sei
pretende l’impossibile
e subito
fra un istante
e che poi
giacché non è possibile
si sgomenta
e respira a fatica.
La vita
sarebbe forse
più semplice
se io
non ti avessi incontrata
Soltanto non sarebbe
la mia vita.
E’ quel che è

È assurdo
dice la ragione
È quel che è
dice l’amore.

È infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È vano
dice il giudizio
È quel che è
dice l’amore.

È ridicolo
dice l’orgoglio
È avventato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quel che è
dice l’amore.

Qualsiasi cosa tocchi 

Qualsiasi cosa tocchi,
la carta, il tavolo, il bicchiere,
è te che tocco.
Le mie mani attaccate ai tuoi seni.
Non le controllo le mani.

MA
La prima volta mi sono innamorato
dello splendore dei tuoi occhi,
del tuo riso,
della tua gioia di vivere.
Adesso amo anche il tuo pianto
e la tua paura di vivere
e il timore di non farcela
nei tuoi occhi.
Ma contro la paura
ti aiuterò,
perché la mia gioia di vivere
è ancora lo splendore dei tuoi occhi.
Frugo gli angoli della notte

Frugo gli angoli della notte –
il tuo gomito, il tuo ginocchio,
il tuo mento.
Rotolano pietre.
Senz’alcun rumore.
Dove sei?

erich
Erich Fried  (Vienna 6 maggio 1921 –  22 novembre 1988 Baden Baden, Germania)

Nato a Vienna ma austriaco ebreo si trasferì in inghilterra.Tra le sue opere:

Tra i suoi volumi di poesia: Germania (Deutschland, 1944), Contestazioni (Anfechtungen, 1967), Cento poesie senza patria (100 Gedichte ohne Vaterland, 1978).

Figli e pazzi (Kinder und Narren, 1957), Un soldato e una ragazza (Ein Soldat und ein Mädchen, 1960), Quasi tutto il possibile (Fast alles Mögliche, 1975)

Pubblicato in: Festa della donna, poesie

La Poesia è Donna.

Le persone migliori incontrate nella mia vita sono donne:sono mia madre e le mie sorelle. Tutto l’amore che mi hanno dato.Le amiche, le donne che mi hanno amato e anche quelle che mi hanno lasciato (anche quello insegna).Donne donne, forti eppur delicate, severe ed amorevoli.Donne che lavorano come donne.Donne che sanno piangere ma anche andare avanti.Donne in carriera o disoccupate ma che lavorano (e tanto) in casa.Donne forti come donne.

SONO UNA DONNA

di Joumana Haddad

Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mie mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame, quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e che quel che seguirà è una tempesta.

Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e avvengo.

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza di loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

 

A tutte le donne

di Alda Merini

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra.

 

E poi fate l’amore

di Alda Merini

E poi fate l’amore.
Niente sesso, solo amore.
E con questo intendo
i baci lenti sulla bocca,
sul collo,
sulla pancia,
sulla schiena,
i morsi sulle labbra,
le mani intrecciate,
e occhi dentro occhi.
Intendo abbracci talmente stretti
da diventare una cosa sola,
corpi incastrati e anime in collisione,
carezze sui graffi,
vestiti tolti insieme alle paure,
baci sulle debolezze,
sui segni di una vita
che fino a quel momento
era stata un po’ sbiadita.
Intendo dita sui corpi,
creare costellazioni,
inalare profumi,
cuori che battono insieme,
respiri che viaggiano
allo stesso ritmo.
E poi sorrisi,
sinceri dopo un po’
che non lo erano più.
Ecco,
fate l’amore e non vergognatevi,
perché l’amore è arte,
e voi i capolavori.

 

Non innamorarti di una donna che legge

di Martha Rivera Garrido

Non innamorarti di una donna che legge,
di una donna che sente troppo,
di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta,
maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa,
che sa di sapere e che inoltre è capace di volare,
di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride
o piange mentre fa l’amore,
che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più,
di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose),
o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro
o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica,
lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere,
che rimanga con te oppure no, che ti ami o no,
da una donna così, non si torna indietro.
Mai.

 

La Regina

di Pablo Neruda

Io ti ho nominato regina.
Ve n’è di più alte di te, di più alte.
Ve n’è di più pure di te, di più pure.
Ve n’è di più belle di te, di più belle.
Ma tu sei la regina.
Quando vai per le strade
nessuno ti riconosce
Nessuno vede la tua corona di cristallo, nessuno guarda
il tappeto d’oro rosso
che calpesti dove passi,
il tappeto che non esiste.
E quando t’affacci
tutti i fiumi risuonano
nel mio corpo, scuotono
il cielo le campane,
e un inno empie il mondo.
Tu sola ed io
tu sola ed io, amor mio,
lo udiamo.

 

Mimosa

di Pablo Neruda

verso il porto

quasi addormentato

quando dall’inverno

una montagna

di luce gialla,

una torre fiorita

spuntò sulla strada e tutto

si riempì di profumo.

Era una mimosa.

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